La bioeconomia in Italia e in Europa: i dati da cui riparte la nostra economia

Pubblicata la settima edizione dl Rapporto sulla bioeconomia in Europa, redatto da Intesa Sanpaolo, in collaborazione con Assobiotec-Federchimica e Cluster Spring

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I dati, presentati a Trieste, raccontano un settore sempre più rilevante nel nostro Paese oltre che sul panorama europeo e tracciano i contorni di una strategia per la ripartenza economica che interessa Nord e Sud

Nel trovarsi a delineare le caratteristiche e la rilevanza di un settore produttivo piuttosto che di un altro in questo momento storico, non si può fare altro che partire da qui, dal convitato di pietra di ogni analisi economica relativa agli ultimi due anni: la pandemia causata dalla Covid-19.

L’emergenza sanitaria ha reso ancora più evidente la necessità di ripensare il modello di sviluppo economico in una logica di maggiore attenzione alla sostenibilità e al rispetto ambientale; ha posto inoltre ai vari comparti produttivi del Paese una importante sfida, dinanzi alla quale ciascuno di essi ha saputo reagire in maniera diversa, più o meno efficace.

In questo contesto, se volessimo descrivere al meglio il settore della bioeconomia, tanto su scala nazionale quanto su un piano europeo, probabilmente ci troveremmo a fare ricorso inevitabilmente a un termine che abbiamo riscoperto da poco e con cui ormai abbiamo acquisito una certa familiarità: la tanto discussa resilienza.

È quanto sembrano suggerire i dati raccolti dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, Assobiotec-Federchimica e Cluster Spring nell'annuale rapporto La bioeconomia in Europa, presentato mercoledì all'Urban Center di Trieste.

Le dimensioni della bioeconomia in Italia

La bioeconomia rappresenta a oggi per il nostro Paese non solo una grande opportunità, ma già una componente economica di una certa rilevanza.

D'altra parte, a testimoniarlo sono proprio i dati del rapporto: solo nel 2020 la bioeconomia, intesa come sistema che utilizza le risorse biologiche, inclusi gli scarti, come input per la produzione di beni ed energia ha generato in Italia un output pari a 317 miliardi di euro, occupando poco meno di due milioni di persone.

Si tratta di numeri certamente non trascurabili, che assumono un significato ancora più notevole se rapportati alla condizione del settore nell'anno precedente, in una realtà anteriore allo spartiacque rappresentato dalla crisi pandemica.

Dopo aver chiuso il 2019 con un incremento dell'1,4%, nel 2020 la bioeconomia ha perso nel complesso il 6,5% del valore della produzione: un calo significativo, ma inferiore rispetto a quanto segnato dall’intera economia (-8,8%).

Ciò significa che, a dispetto della perdita economica, il peso della bioeconomia in termini di produzione è di fatto salito al 10,2% rispetto al 10% del 2019 e al 9,9% del 2018.

La situazione in Europa

A riprova del fatto che le ragioni della stabilità del settore siano da ricercare nelle sue caratteristiche intrinseche piuttosto che in un caso particolare che riguarda l'Italia, anche al di là dei nostri confini il trend che si riscontra è analogo.

In tutti i Paesi europei il valore della bioeconomia, che comprende molte attività essenziali, ha registrato un calo meno rilevante rispetto al totale dell'economia evidenziando una maggiore resilienza allo shock pandemico, con risultati che dipendono sia dalla severità della pandemia e delle relative misure di contenimento sia dalla differente composizione della bioeconomia nei diversi Paesi.

In effetti, da un'analisi più approfondita le performance settoriali emergono molto diversificate: la filiera agro-alimentare, che in Italia rappresenta la fetta più grossa, con oltre il 60% del valore della bioeconomia, è risultata meno colpita dalla crisi generata dalla pandemia e così anche le utility (energia, acqua, rifiuti) e la filiera della carta (grazie al sostegno dei prodotti per utilizzi sanitari e del packaging, visto il boom del commercio online).

Il sistema moda, particolarmente importante per l'Italia, è invece il settore colpito dalla flessione più accentuata, a causa della chiusura della fase distributiva, del blocco negli arrivi di turisti stranieri e delle modifiche nelle preferenze d'acquisto dei consumatori.

La bioeconomia nelle regioni italiane

Al di là della situazione su scala nazionale e internazionale, di particolare interesse sono anche le analisi del rapporto sul tema della distribuzione e della rilevanza delle realtà a carattere bioeconomico nelle diverse regioni italiane.

I dati, aggiornati in questo caso al 2018, delineano la figura di un'Italia disomogenea in termini di occupazione e rilevanza del mercato della bioeconomia.

Spiccano per peso sul valore aggiunto regionale le aree del Nord-Est e del Mezzogiorno, mentre si attestano al di sotto della media nazionale Nord-Ovest e Centro.

Le regioni del Mezzogiorno guidano la graduatoria nazionale anche per quel che riguarda l'occupazione, con circa 3 punti percentuali in più rispetto alla media italiana (7,9%).

Ai primi posti, infatti, 4 regioni meridionali: Calabria (15,8%), Basilicata (15,1%), Puglia (13,2%) e Molise (11,6%). Nelle posizioni più basse, anche in questo caso, le regioni del Nord-Ovest.

Per una corretta interpretazione di questi dati bisogna aggiungere, tuttavia, una considerazione importante, che riguarda la composizione settoriale del comparto della bioeconomia nelle differenti aree geografiche.

Se da un lato la filiera agro-alimentare ricopre un ruolo di primo piano nella bioeconomia da nord a sud del Paese, d'altro canto tale rilevanza si conferma tanto più consistente nel Mezzogiorno, dove la filiera agro-alimentare arriva a costituire la quasi totalità del settore della bioeconomia (fino a circa l'80%).

Viceversa, nelle restanti zone d'Italia si fanno maggiormente strada altre rilevanti specializzazioni territoriali: nel Nord-Ovest spiccano per esempio i settori a più elevato contenuto tecnologico, come la farmaceutica e la chimica bio-based.

Nelle regioni del Nord-Est emerge anche la rilevanza della filiera del legno e dei mobili, mentre nel Centro spingono soprattutto la filiera della carta e della farmaceutica.

La chimica bio-based nel dibattito sulla bioeconomia

Chiude il rapporto sulla bioeconomia una panoramica sulla situazione italiana della chimica bio-based, quella parte della chimica che utilizza materie prime biologiche rinnovabili invece che fossili.

Da un punto di vista geografico, la chimica bio-based risulta nel complesso ben diffusa lungo tutta la penisola. Si distinguono, comunque, alcune regioni che stanno declinando le loro specializzazioni territoriali in ottica sostenibile e circolare.

Su tutte, senza dubbio la Lombardia, con circa il 20% dei soggetti identificati (su 830 totali tra università e centri di ricerca, imprese, molte delle quali startup e altre istituzioni e associazioni con ruolo di supporto e promozione); segue il Piemonte, soprattutto per il coinvolgimento delle imprese dei settori ingegneristici nell'economia circolare, quindi Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia-Giulia (in particolare nella R&S).

Cosa ci riserva il futuro?

In uno scenario come quello descritto dai dati contenuti nel rapporto presentato da Intesa Sanpaolo non si può più ignorare l'importanza di un comparto stabile e innovativo come quello della bioeconomia.

La crisi che ha investito il nostro sistema economico durante la pandemia ha rappresentato un banco di prova notevole per il settore, da un lato interrompendo di netto una tendenza altrimenti in crescita, dall'altro evidenziandone però la sua natura fortemente connessa al territorio e, anche in virtù di questa caratteristica, la sua capacità di creare tessuti produttivi multidisciplinari in grado di rispondere in maniera più pronta alle sfide che arrivano dall’esterno.

Le opportunità per investire in questo senso ci sono, il Green New Deal europeo e i progetti nazionali del Pnrr ne sono un esempio. Rimane soltanto da sfruttare al meglio quello che questa occasione irripetibile ha da offrirci.

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